venerdì 23 gennaio 2009

Il primo cinquantesimo

E' il cinquantesimo post, mi sono accorto proprio ora. Il fatto è che pensavo di scrivere qualcosa di grande, di importante, di imponente, di potente, di sorprendente, di commovente; invece misà che dovrò abbandonare l'idea, dato che già è tanto se fino ad ora ho scritto tre righe. Sapete com'è, l'ispirazione va, l'ispirazione viene; non dipende da come stai o da come ti senti, o almeno non è così fondamentale. Perché se stai male sei ispirato a scrivere cose tristi, se stai bene cose allegre; mi ritrovo invece ad essere preoccupato da un lato ma fiducioso dall'altro, desideroso di una svolta, impaurito dal cambiamento, eccitato per le decisioni da prendere... Insomma, ne girano troppi di pensieri per la testa e la capacità di ordinarli su un blog o nella vita reale è, almeno per me, praticamente impossibile. Allora conviene solo raccontare di quello che mi accorgo in questo momento, mentre scrivo questo post intendo. Che è il cinquantesimo l'ho già detto vero? Si, l'ho fatto. Cerco dunque di allargare la prospettiva e rileggendo tutti quelli passati mi accorgo che non mi pento di nessuno di loro, che avevano tutti un senso nel momento in cui l'ho scritti perciò perché pensare che forse andrebbero modificati o peggio buttati nel cesso? Anche ora, mentre posto sto post, si sta scrivendo, ma non su carta, qualche altro episodio, che verrà poi archiviato insieme agli altri nella biblioteca della mia esistenza. Parlo per me ma a voi succede la stessa cosa...

domenica 11 gennaio 2009

Per voi

Sembrerà a tutti un po' scontato, in realtà semplicemente doveroso, ma voglio anche io aggiungermi al coro di quelli che oggi 11 Gennaio 2009 ringraziano e ricordano a dieci anni dalla scomparsa Fabrizio de André. Potrei forse scrivere il post più lungo della storia se solo descrivessi interamente quello che ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà per me questo cantante, questo poeta, questo uomo.
Ho difficoltà ad esprimermi, più di altre volte, perché mi è quasi impossibile confidare le emozioni che provo e che ho provato ascoltando le sue canzoni; vorrebbe dire raccontare me stesso fino al cuore e al cervello, perché fin lì sono arrivate le sue parole. Vorrebbe dire svelare i sogni, le delusioni, le speranze, gli amori, i pensieri che attraversano i miei ricordi; sarebbe come confessarsi in tutto e per tutto a Dio e per quanto vi voglia bene alcune cose preferisco tenerle per me.
Come omaggio ho scelto la canzone che più mi rappresenta, che più sento mia. Non cercate analogie tra me ed il testo, ce ne sono meno di quanto possiate immaginare. Piuttosto la scelgo perché come un cristiano (autentico) legge la Bibbia prima di andare a dormire, durante il tempo libero o in chiesa la domenica, così io ascolto questa canzone, tanto è importante per me. Mi piacerebbe che arrivati a leggere fino a qua andaste un po' più avanti, prendeste 7 minuti della vostra vita ed ascoltaste con attenzione e silenzio quello che Fabrizio ci ha regalato. Magari non vi piacerà, magari non la trovate eccezionale, magari piangete, magari ridete, magari...
La canzone è "Il testamento di Tito", il luogo è il teatro Brancaccio di Roma, ed è il suo ultimo concerto; volevo in realtà postare tanto tempo fa questo video, non so perché non l'ho fatto prima. C'è più amore in questo testo che in migliaia di poesie, migliaia di canzoni, migliaia di parole; c'è la libertà, la pietà, la speranza, la giustizia, ma soprattuto c'è la verità, quella reale e quella autentica, che solo Fabrizio a mio giudizio è stato ed è in grado di raccontare.
Ora vi lascio all'ascolto e per chi non lo sapesse, Tito è il ladrone buono crocefisso insieme a Gesù nei vangeli apocrifi...



sabato 10 gennaio 2009

In the box

Hai una scatola poggiata sopra la mensola della tua camera. Sta lì da un po' di tempo, "Mi piace" t'ho sentito dire. E' proprio un gran bell' oggetto, non sapresti individuare il materiale con cui è stato fatto ma percepisci che è unico; sembra quasi far luce da quanto risplende, sembra quasi non essere reale da quanto è vero. A volte non ci fai caso e la dimentichi perché la scatola è sempre immobile mentre tu e il mondo girate veloci; quando però ti fermi a guardarla rimani rapita e il tuo umore sembra cambiare. Sai che rimarrà lì finché vorrai, estati ed inverni non la scalfiranno, lacrime e sorrisi non la modificheranno.
Ora non resta che aprirla...

sabato 3 gennaio 2009

Parabola del nuovo anno

A vederlo seduto sulla punta di quel molo fatto solo di legno, perfettamente immobile con il capo chino a guardare l'acqua, sembrava quasi non fosse vivo, come un soprammobile. Invece lo era eccome; teneva la sua canna da pesca con la mano destra mentre con quella sinistra si reggeva quel cappello di paglia troppo grande per la sua testa, ma un toccasana per quei raggi di sole spessi come stalattiti che cadevano dal cielo. Era già stato in quel molo, una decina di volte circa; mai preso niente. A lui però non importava, i pesci riusciva a vederli comunque grazie all'acqua limpida e se non abboccavano voleva dire che era destino. Inoltre solo in quel luogo non sentiva il baccano del mondo, al massimo il suono del mare che sbatteva sui paletti di legno che reggevano la precaria struttura. Era fermo da un paio d'ore e tutto sembrava svolgersi come al solito: lo stesso cappello, la stessa canna, lo stesso mare, lo stesso gruppo di pesci che si muovevano insieme coordinati esattamente come rondini al tramonto. Ad un tratto però sentì un leggero strattone alla canna che lo svegliò da un sogno ad occhi aperti; non era affatto preparato ad un evento simile, nè tantomeno esperto, ma si fece coraggio e cominciò a reggere più forte tra le mani quello che un po' ambiguamente chiamava arnese ittico. Capì immediatamente che il gioco del tiro alla fune con un esserino di qualche grammo più pesante di un telecomando l'avrebbe vinto in pochi secondi e così infatti fu. Tirò su il pesce con quella roba molto simile allo yo-yo e lo osservò penzolare per un po'; non era grande, non era bello, ma cavolo era un pesce. Si tolse il cappello di paglia troppo grande, lo roveciò, se lo mise accanto e infilò il pesce dentro che ancora guizzava. Fece appena in tempo a riprendere posizione che sentì un'altro strattone alla canna, più forte stavolta. La lotta fu più lunga di un minuto circa rispetto alla precedente, ma finì allo stesso modo; altro pesce nel cappello, altro sorriso soddisfatto.
Nel giro di un'ora abboccarono una ventina di pesci; la maggior parte delle volte sembrava neanche si ribellassero, quasi volessero farsi prendere. Il cappello di paglia non reggeva più niente ormai, quindi si alzò in piedi e rimase a pensare; dieci volte neanche uno, l'undicesima venti. Com'è strana la pesca; com'è strana la vita