martedì 23 dicembre 2008

Tra cielo e terra

L'alba era sorta da un pezzo, il sole era già alto e scottava da morire sulla sua pelle bianca. Camminava in riva a quel mare calmo a testa bassa, guardando stupito come se fosse la prima volta i piedi nudi che affondavano nella sabbia umida e morbida simile ad un biscotto sciolto nel latte, mentre l'acqua li ricopriva completamente prima di ritirarsi, per poi di nuovo distendersi sul bagnasciuga, con la stessa cadenza di un metronomo. La fine della spiaggia ancora non si vedeva, perché fermarsi? Attorno a lui poche persone, intente a fare il loro nulla in privato, senza curarsi della sottile figura dalla camicia svolazzante che procedeva spedita col mento all'ingiù. Sembrava essere concentratissimo, nulla riusciva a distrarlo, neanche quando si trovò nel bel mezzo di una gara di velocità tra gabbiani; quattro o cinque di loro, i più competitivi, per non deviare la traiettoria e perdere così del tempo, gli andarono letteralmente addosso sfiorandolo. Due tagli alla camicia, uno davanti e uno dietro procurati dalle ali dei pennuti, erano ora stampati sul capo come due sorrisi. Lui non fece una piega.
Dopo un tempo infinito finalmete alzò lo sguardo davanti a se, non interrompendo però la marcia e ci mise del tempo prima che la testa smettesse di girare, tanto era stato col capo chino.
Proprio al limite del suo campo visivo notò una figura familiare in lontananza, era troppo distante per poter esserne sicuro, ma sentiva che fosse proprio chi pensava. Si fermò per un attimo, stette immobile senza distogliere lo sguardo e prese fiato.
Via! Cominciò a correre, velocissimo, con tutte le sue forze; i piedi prima pesanti sfioravano ora senza più affondare la sabbia-biscotto, i tagli sulla camicia erano diventate prese d'aria degne di una fuoriserie, il sudore che scendeva copioso sul corpo era olio per le giunture dei suoi arti. Le persone attorno continuavano a non accorgersi di lui, solo i quattro o cinque gabbiani di prima lo osservavano con stupore.
Correre, correre, correre; nulla di più bello pensava il ragazzo senza distogliere gli occhi dall'obiettivo. L'aria era diventata fresca perchè era ormai bagnato fradicio e il mare sembrava non accorgersi di quello che stava succedendo attorno a lui, inspirava ed espirava, tutto qua.
Il maratoneta continuava a gareggiare ma si accorse ben presto di non guadagnare terreno, anzi; la figura familiare continuava ad allontanarsi nonostante stesse apparentemente camminando. Accelerò allora fino a sentirsi quasi scoppiare, ma la visione non si avvicinava e dopo qualche secondo sparì dalla vista.
Si bloccò, esausto; strappò quello che era rimasto della camicia per respirare meglio prima di cadere sulla schiena.
A braccia larghe il ragazzo ammirava adesso il cielo azzurro, macchiato quà e la da qualche minuscolo batuffolo bianco, anche lui indifferente alla scena a cui aveva appena assistito; i quattro o cinque gabbiani di prima invece lo guardarono ancora una volta, per poco, dall'alto, prima di volare via

sabato 20 dicembre 2008

Spartito

Davanti a te hai un foglio bianco, in mano una penna col cappuccio mordicchiato, forse per il nervoso, forse per l'attesa, o semplicemente perché la famosa "fase orale" di Freud in realtà non l'hai mai superata. Stai seduto un po' scomodo, la postura è importante, ma se non inclini la testa i pensieri non escono dall'orecchio, perciò chissene. Curi molto la tua calligrafia per le prime 2 righe, poi ti accorgi che scrivi lento e ti scappa l'immaginazione, così velocizzi il ritmo, noncurante di rimanere dentro o fuori il pentagramma immaginario sotto i tuoi occhi. Le idee si materializzano contemporaneamente al movimento della tua mano, le dita strette e sicure sfiorano appena il foglio, non vuoi sbafare di nero il bianco candido. Mentre imprimi sulla carta sogni, paure, delusioni, riflessioni, gioie e vaffanculi al mondo intero, non ti accorgi che stai facendo qualcosa di diverso rispetto al resto delle persone... Si parla, si urla, ci si confessa, si gode, si piange ormai sempre più a cazzo, per usare un antico e nobile termine in uso nella Francia di Luigi XIV, sdoganando sentimenti intimi dell'animo umano, con la conseguente perdita di valore di questi stessi.
A volte va bene così... Senza parole

giovedì 11 dicembre 2008

Memento

Tra le mani tengo una foto, con il cuore l'emozione, con la mente il ricordo. Un'insegna di un paese straniero alle nostre spalle, la stazione la scenografia, tre sorrisi divertiti e un quarto dietro la macchinetta fotografica. I ricordi sono confusi ma la prova di quel momento ce l'ho davanti agli occhi e si che fa effetto; mai visto visi più spensierati e più liberi, mai notato anime così unite. Fissando l'istantanea mi accorgo che il cielo è bianco; non si vede molto ma scommetto che rideva anche lui...

martedì 2 dicembre 2008

L'attesa

Si svegliò di soprassalto e guardò l'oblò ai piedi del letto, era giorno su questo era sicuro, che ora fosse invece, non ne aveva assolutamente idea. Appoggiò il piede sinistro a terra, si guardò intorno come se non sapesse dove si trovava; il piede destro fu una formalità.
Decise di non aprire quella curiosa finestrella, buona per un cartone animato pensò, ma si limitò a guardare fuori, l'acqua in basso sembrava più vicina di ieri. Avvicinandosi allo scrittoio della cabina prese la sigarettina di tabacco della sera prima, non terminata perché sazio e stette un minuto buono a fissarla prima di accenderla. Il fumo andava verso il soffitto, scivolava per tutta la parete e si conficcava nell'unico buco che dava verso l'infinito, come piaceva chiamarlo lui, provocato probabilmente dal becco di un gabbiano ubriaco pensò, chissenefrega terminò.
Aprì il pomellino che faceva sgorgare l'acqua dal lavabo "Acqua gelata cazzo, non mi abituo mai".
Si sciacquò in maniera quasi sacra, come un musulmano prima di entrare nella moschea a pregare; il liquido scivolò tra le rughe della pelle, attraverso gli anfratti del viso, bagnando i confini dei capelli.
Ancora prima di essersi asciugato del tutto era già sul ponte della nave.
Inspirò profondamente ad occhi chiusi, era una bella giornata, l'infinito si vedeva proprio bene oggi. Diede un'occhiata prima a destra, nessuno, poi a sinistra, idem; avvertì subito una presenza alle spalle però e senza voltarsi, con la voce ancora impastata, incominciò "Buon giorno capitano".
"Buon pomeriggio semmai" la voce era proprio quella del capitano, una voce timida, minuta, da ragazzino, per nulla adatta all'importante ruolo all'interno dell'equipaggio, men che meno alla sua statura da colosso. Con gli avambracci poggiati alla ringhiera arrugginita il ragazzo sospeso esitò un attimo, poi finalmente si voltò, alzò la testa di qualche centimetro per guardarlo negli occhi e sorrise.
"Cosa stai guardando ragazzo? Sono mesi che sei qui e a parte il tempo la visuale non è certo cambiata!" disse il capitano con un tono serio ma quasi paterno.
"Osservo l'infinito capitano, oggi si vede bene, non è mai uguale, almeno a me non sembra. Alcune volte fa paura, altre volte è bellissimo, altre ancora sembra finire e altre..."
"Si si, ho capito!" lo interruppe il capitano "Sei strano, ragazzo! Di solito non parli mai, quando finalmente apri bocca è per dire una cazzata e far ridere i marinai. Oggi però sembri diverso, hai gli occhi stanchi, un po' tristi. Dubito però che sia cambiato qualcosa, qui è sempre tutto uguale! Il mare è quello che vedremo per sempre, nient'altro, questa nave viaggia sull'infinito"
Il ragazzo sospeso non rispose, continuava a guardare il capitano negli occhi e sentiva solo il rumore del mare
"Capisco" dopo una lunga pausa concluse il capitano "E' meglio che vada a terminare il mio giro di controllo, ti lascio alle tue riflessioni" Il ragazzo sospeso non distolse però lo sguardo dal suo interlocutore, continuò a fissarlo negli occhi "Me ne voglio andare capitano, qui sto bene ma ora sento il bisogno di scendere. Oggi l'infinito non è così tanto grande, ce la posso fare, sono ancora in tempo" stava sorridendo mentre due lacrime perfettamente simmetriche gli rigavano gli occhi "Lo vede capitano! Ora si vede la fine!" la mano del ragazzo stringeva adesso forte il braccio del capitano "Grazie per avermi tenuto con voi, per avermi aiutato ad aspettare!"
Il capitano capì che gli occhi del ragazzo erano si molto stanchi, ma non tristi. Fece appena in tempo a far sorridere gli occhi ma non riuscì a parlare, il ragazzo aveva già indossato un giubbetto di salvataggio.
"Aspetta!!" gridò con tutta la forza "Dove vai? Ti ammazzerai ragazzo siamo in mare aperto!"
Il ragazzo sospeso non riuscì a sentire perché era già in volo, con le braccia aperte e un sorriso da ebete stampato in faccia; dovette riprendere fiato prima di toccare il mare con le scarpe, il volo verso l'infinito. Disperato, il capitano osservò il giubbetto giallo con dentro il ragazzo allontanarsi; quando allargò la visuale del suo sguardo verso l'infinito sussultò "Non ci posso credere... TERRA!!!"