venerdì 14 novembre 2008

Il cavalier senza macchia e senza armatura

Il cavalier senza macchia Gestubaldo era ormai da mesi in viaggio verso l'Ignoto, per la precisione il centro storico di Ignoto, piccolissima cittadina di mercanti situata al di là del misterioso deserto dalla sabbia bianca. L'armatura invisibile che fin'ora aveva portato addosso cominciava a farsi pesante sulle sue spalle e l'elmo a forma di punto interrogativo era sì un gran bell'oggetto, ma completamente inutile per orientarsi e capire dove cavolo doveva andare, data la scarsa visuale che provocava. Notò anche che il suo inseparabile animale che cavalcava fiero dalla notte dei tempi bui affondava le zampe sempre più in quel mare all'apparenza solido color latte, stremato dalla fatica, dalla fame e dai peti nella schiena che, s'eppur silenziosi, il cavalier era costretto a mollare, anche a causa dei fagioli che mangiava, unico pasto in scatola preso in gran quantità prima della partenza perché in offerta speciale allo Sma sotto casa. Sopra la testa, splendeva un sole enorme che non faceva ombra ma rifletteva ancor di più quel bianco sotto i loro corpi.
Con una pacca sulla nuca di Girolamo, così si chiamava l'animale, il cavaliere gli ordinò di fermarsi; tentò nuovamente di scrutare l'orizzonte, ma non ci riuscì. Borbottando qualcosa sulla madre di chi gli aveva venduto l'elmo, si sfilò quest'ultimo con entrambe le mani; aria, finalmente aria che scorreva attorno alle tempie, dentro le orecchie e sopra quei capelli sudati e schiacciati, diventati molto simili a quelli di Dario Argento. Rimase con gli occhi chiusi per secondi, ascoltando il silenzio e sentendo il sangue che fluiva ora uniformemente attraverso le vene del collo e i capillari del naso. Quando lì riaprì avvertì un leggero giramento di testa, provocato sicuramente dalle nuove sensazioni, ma anche dal fiato di Girolamo che gli stava accanto, allo strano sapore di yogurt alle susine andato a male da un pezzo.
Dopo aver dato una mentina grande quanto un galbanino a Girolamo, Gestubaldo si allontanò appena, arrampicandosi su una duna ripida e impervia; mentre si meravigliava di quest'ultimo aggettivo usato dall'autore, ebbe per la prima volta la possibilità di osservare da vicinissimo quella sabbia: "Come tutte le altre" sentenziò in un primo momento, "Pare forfora" in un secondo, "Anzi no sembra cocozza" giudicò alla fine. Arrivato in cima alla bianca collina aveva ora il panorama completo di ogni cosa, la strada fatta fino a lì e quella ancora da percorrere, benché non ne vedesse ancora la fine; l'unico suo errore fu quello di trascurare quella che stava facendo...
Tornò indietro e si avvicinò a Girolamo, intento a finir di succhiare la mentina, e provò piacere nel constatare di avergli insegnato bene come consumare una caramella. "Camminiamo insieme, non ti salirò sopra, per oggi basta" disse ad alta voce; Girolamo non disse niente, era arrivato ad assaporare il cuore alla liquirizia della mentina. Prima di rimettersi in viaggio il nostro decise di liberarsi dell'ultimo peso; scaraventò con forza l'armatura invisibile a terra, credendola inutile almeno fino all'arrivo, "Tanto da che cosa dovrei proteggermi ?"
Le ore passavano, il sole non scendeva. Nella quiete totale, improvvisamente ebbe un sussulto, forte, improvviso, violento e terribilmente piacevole. Il cuore pulsò freneticamente, la mano gli tremò e Girolamo si spaventò tanto da cadergli addosso.
Il cavalier Gestubalto giaceva ora in terra a pancia in su, con il corpo di Girolamo che gli bloccava le gambe ed un gran sorriso in faccia; "Fulminato e folgorato come San Paolo sulla via di Damasco" pensò. I capelli mischiati alla sabbia bianca erano ora asciutti e le mani non tremavano più; "l'armatura Zen, non ho più l'armatura Zen" continuava a ripetere. Sfilò lentamente le gambe da sotto il peso di Girolamo, anche lui tornato calmo e felicissimo per la pausa forzata; "Non ho più l'armatura Zen" ripeteva quasi a memoria il cavalier.
Si alzò e con lui Girolamo; dopo un breve riepilogo di quello che gli era appena capitato, decise di seguir quella visione. "Certo" rimuginò, "Più che illuminazione potrebbe essere un abbaglio, ma se non vado fino in fondo me ne pento, fra un giorno, due o forse cento".
Mentre riprendeva il cammino, verso ora tutt'altra direzione, pensò che l'armatura invisibile Zen a poco sarebbe servita, sopratutto in quest'occasione...

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